E' una foto tenerissima che testimonia tutta la fragilità della vita.
Sono i piedini di Amillia, ma potrebbero essere quelli del bambino di Firenze o quello di Roma o di tanti altri di cui non sappiamo. Lei ce l'ha fatta ed è un segno di speranza per tutti, un messaggio che dà forza e coraggio di lottare per vivere.
Io sono nata di 7 mesi e una settimana, ero robusta e in ottima forma ma sono nata all'improvviso creando non pochi problemi di salute a mia madre durante tutta la gravidanza. Quando i medici si sono resi conto che il parto era inevitabile e imminente hanno detto a mia madre «Signora pensiamo a salvare lei, di figli ne può fare altri ». Invece è andato tutto bene e dopo un mese di incubatrice mi hanno spedito a casa perchè non ne potevano più di una che svegliava tutti perchè aveva fame, scalciava e aveva una salute di ferro. Sono stata fortunata. Leggendo le notizie di questi giorni viene da pensare che ci siamo dimenticati che siamo stati tutti feti, ci siamo dimenticati che la vita è sempre e comunque una scommessa. Sebbene si possano sapere tante cose di un bambino prima che nasca, la certezza che è sano in tutto e per tutto non esiste. Le storie tragiche di Firenze e Roma ci insegnano che ci può essere incertezza anche sulle malformazioni, quindi con quale etica si chiede di firmare una liberatoria per rinunciare alle cure? E' infame prevedere di lasciar morire un bambino sano. Precludergli a priori la possibilità di farcela per pararsi il fondoschiena da problemi legali. Amillia ci insegna che non sappiamo prima come andranno le cose, facciamone tesoro.
venerdì 9 marzo 2007
I piedini di Amillia
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